Demografia
La demografia è una scienza che potrebbe aiutare a leggere e capire come funziona una società e, per chi amministra o governa, prendere le opportune decisioni. Ed anche per chi si trova a subire decisioni assunte o meno.
L’Istat divide la popolazione, in base all’età, in tre grandi macro aree: 0-14 (11,6%), 15-64 (63,2%), over 65 (25,1%)
Ma all’interno di esse ci sono specificità di cui tenere conto.
Nella prima troviamo l’infanzia, 2-6 anni, in condizioni di povertà assoluta. Un milione e trecentomila bambini non hanno cibo a sufficienza, abiti e cure.
Di qui l’importanza di asili nido e scuole materne che assicurino almeno un pasto nutriente e una merenda ogni giorno. Oltre ad attenzione, vaccinazioni e controlli sanitari.
A seguire, nell’età 6-12, si affaccia un’altra povertà, quella educativa. Ossia l’impossibilità per bambini e adolescenti di apprendere sperimentare coltivare capacità , talenti, aspirazioni .
Una deprivazione cui deve intervenire la scuola, lo spazio fisico e sociale della aggregazione, educazione e formazione, ma anche il territorio, i luoghi di vita. Troppo spesso incontriamo quartieri marginali, privi di servizi primari, enclave dimenticate senza stimoli per una crescita socio-emozionale sana.
E’ la causa prima della dispersione scolastica e della nascita di bande, di gang dove trovare le compensazioni, certo asociali ma comunque un risarcimento dell’abbandono.
Gli interventi sono molteplici, nella scuola insegnanti preparati con stipendi competitivi, adeguati alle funzioni richieste ma anche attività pomeridiane para/educative, laboratori relazionali del fare insieme.
Nei territori biblioteche, campi sportivi e, perché no, educatori di comunità in grado di operare in “bassa soglia”, ossia captare, guidare gli accessi non spontanei.
Cipi (Canavese insieme per l’infanzia) intorno agli anni 2019, era nato come un network di scuole e associazioni per combattere la povertà educativa ed ha avuto, come succede con i progetti, vita intensa e poi l’affievolirsi, sino a scomparire terminato il finanziamento.
Anche la Casa delle donne ha partecipato con lo sportello SOS famiglie che aveva lo scopo di ricucire relazioni sfilacciate, riequilibrare i conflitti aperti o latenti fra generazioni salvaguardando la reciprocità dei rapporti interni. Un successo relativo in quanto si è scontrata con la consuetudine all’isolamento sociale e alla opacità degli interni domestici.
Povertà educativa che si somma negli anni della adolescenza con forme di povertà socio-affettiva e emozionale.
L’adolescenza, 15-18, è una età segnata da rapidi cambiamenti corporei, trasformazioni psicologiche, sbalzi di umore, rabbie improvvise. L’impervia ricerca di autonomia, definire la propria identità è un percorso un tempo vissuto all’interno della , famiglia o nel gruppo dei pari , due riferimenti sfumati. Da un lato è venuta meno la responsabilità degli adulti di mantenere rapporti regolativi, spostata nel rapporto amicale o nelle concessioni per compensare l’incapacità comunicativa. Dall’altro, il gruppo dei pari che condivide le stesse situazioni e lo stesso smarrimento.
Gli adolescenti si sentono soli, con poca abitudine ormai a relazionarsi con i coetanei, ciascuno perduto nel proprio smartphone. Sarà la solitudine, la mancanza di sicurezza a far uscire tanti di loro con un coltello in tasca, un feticcio di forza, per supplire alla personale fragilità emotiva.
Entrare nella giovinezza, 20-25 anni, non è altrettanto semplice, per le difficoltà di arrivare a un lavoro sicuro e dignitoso, dopo aver attraversato un privato Stage di tirocini gratuiti, lavoretti precari e partite iva improprie.
Programmare un futuro di coppia, con affitti esosi e carenza di servizi per l’infanzia, pur lavorando in due, è una impresa che scoraggia.
Oltretutto è il momento del divario fra generi. Tutte le difficoltà che incontrerà un giovane adulto, raddoppiano per le ragazze, nonostante che la maggior parte abbia una scolarità di norma superiore.
Gap salariale, carriera rallentata dalla maternità reale o solo temuta, sino al non casuale insulto dei giorni di congedo obbligatorio di paternità (10 gg).
Altra funzione incontrastata è l’accudire, statisticamente accertato che la donna pur lavorando fuori casa, dedica al lavoro domestico 5 ore e 9 minuti, mentre il partner convivente 2 ore e 16 minuti.
E, a proposito di lavoro di cura, le donne nell’età 55-64 si trovano incastrate prima nel ruolo di baby sitter dei nipotini e, appena cresciuti, di care giver dei genitori anziani.
Anziani che se non ci fosse la supplenza del welfare familiare sarebbero abbandonati a se stessi. Ma quando i legami familiari si sono allentati o scomparsi, con l’aumento delle speranza di vita, arriva il tempo della solitudine e isolamento sociale. La metà delle donne over 75 vive sola. Quelle donne che nelle precedenti fasi della vita abbiamo incontrato combattive e accudenti, propositive e concilianti, le troviamo sole, deprivate di ruoli e funzioni, quando non malate.
L’invecchiamento della popolazione rileva un altro fenomeno eluso, l’immigrazione. La mancata accoglienza, integrazione e inclusione, significa estromettere giovani lavoratori (non schiavi) da quelle attività ormai rifiutate, avere futuri abitanti delle zone interne e che, con i figli delle ricongiunzioni familiari, contribuiaranno all’ equilibrio fra generazioni.
Miopia istituzionale e sterile egoismo.
Ecco il perché dell’approccio demografico che serve per isolare e connettere problemi che , se risolti separati con i bonus, sono denaro sprecato.
Un esempio, le politiche giovanili devono essere a affrontate a partire dalla scuola, coinvolgendo a seguire il tema dell’occupazione, dello sviluppo e delle retribuzioni. Poi i servizi educativi e sociali con l’accesso programmato alla casa.
Popolo e cittadini sono un insieme di persone, maschi e femmine, anelli di una stessa catena che si snoda nel tempo, ciascuno con specificità da affrontare, ma tutte da iscrivere in un sistema di politiche pubbliche e private che assicurino tutele e qualità della vita.
E’ un discorso politico, perché se alle donne viene chiesto per la loro libertà di volere l’ autonomia economica, ugualmente si deve chiedere di osservare, saper interpretare la realtà, la società e le istituzioni, cogliendo le risposte necessarie, all’interno di un disegno complessivo dei diritti e dei bisogni.
Se nella stagione del femminismo si diceva “il mio privato è politico”, oggi la situazione si è ribaltata, “il politico è il mio privato”. Perché quasi tutte le donne , nelle varie stagioni della vita, si trovano ad essere madri, mogli, lavoratrici, care giver e, alla fine, sole.





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