Donne che resistono ... una voce da Gaza
- segreteria318
- 1 giorno fa
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Mi chiamo Nima Hassan. Sono madre custode di sette bambini: lavoro quando il destino me lo concede come assistente sociale
Per me non è solo un lavoro, è un compagno di vita, l'unico
In lui riverso ogni fardello, ogni tormento, perché la mia vita resti a galla.
Scrivo. Scrivo romanzi, poesie, lettere. Ciò che vedo lo scrivo Ciò che sento lo scrivo. Forse per questo la storia quando passa tra le mani di uno scrittore o scrittrice diventa sempre una storia sentimentale.
Ho cominciato a scrivere per salvarmi. In arabo diciamo “aggrapparsi a una paglia in mezzo al mare per non annegare” La mia paglia era la scrittura così ho varcato la soglia dell'Unione degli scrittori palestinesi ogni parola che scrivo è un ritratto mascherato di Gaza, un'immagine velata che si lascia appena intuire.
Ho lasciato Gaza una sola volta. Gaza mi somiglia, mi accompagna da sempre.
Ho vissuto molte guerre: con ciascuna ho perso qualcuno che amavo. La perdita ha una data fissa incisa nel cortile di casa.

In una guerra la mia casa è crollata mentre ero dentro: uscii davanti a carri armati sventolando una bandiera bianca: una camicia da notte appesa a un manico di scopa. Ho abitato in molte case o in quello che ne restava. La seconda Nakba era già in corso Il mondo non ci vedeva se non quando i morti si contavano a migliaia o quando il mercato azionario ne tremava.
Nella terza settimana di guerra un missile di una tonnellata e mezza colpì la casa accanto: sei metri di terra lo accolsero trattenendo nel grembo l'esplosione. Fuggimmo tutti in strada, la morte alle nostre spalle come un'ombra affamata e negli ultimi istanti per la misericordia di Dio essa distolse lo sguardo e passò oltre.
Partii con i miei figli che tremavano di freddo, di paura, di emozioni antiche che sfuggono la parola. Fummo sfollati. Lo sfollamento ci inseguiva noi fingevano di non temerlo, lui trovava sempre una fessura da cui rientrare.
Questa guerra ha sette teste: ovunque ti giri una ti morde.
Ho vegliato notte intere temendo di muovermi per paura che un missile nell'ombra della mia assenza mi strappasse via dai miei figli o peggio li portasse via lasciandomi sola. Mi rannicchiavo tra loro, scudo e guardiana, finché il sonno non li avvolgeva tra un'esplosione e l'altra.
All'alba mi alzavo: file per l'acqua, file per il pane prima che il grano diventasse un'arma. Ci spartivamo i compiti: i più piccoli avevano il più arduo: non tremare mentre il cielo cadeva.
A volte tornavo a mani vuote e nei loro occhi spegnevo la delusione con fiabe sussurrate, carezzate dalla Luna. Ma quando il grano, pagato a prezzo di lacrime, arrivava, alzavo il capo sorridendo alla battaglia che nessuno vedeva. Poi i compiti crebbero: medicinali introvabili, farina più cara dell'oro, portare aiuti alle tende. Nel frattempo, il mio cuore sempre stretto la maniglia della porta perché la morte non la varcasse e posasse lo sguardo su di noi.
Più vecchia si fa la guerra più pesante è la sua mano.
E la vita ? La vita si rivela solo quando apri la mano e offri tutto ciò che possiede sbandierandola alta come un vessillo, perché il mondo, pur misero e cieco, sappia che sei ancora qui.
Non siamo numeri, ma sappiamo contare i nostri morti. Uno a uno.
Nema Hassan poetessa e scrittrice palestinese
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