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A occhi aperti

Le donne vogliono essere soggetti autonomi, libere e indipendenti  nelle scelte. Nell’ambito lavorativo  non chiedono la  parità, ma le stesse opportunità che hanno gli uomini e i  diritti acquisiti rispettati .

Perché tutto ciò avvenga devono saper vivere non solo il personale, ma il sociale, saper vedere quanto avviene attorno a loro e capire.

 

Iniziamo dalla riforma della giustizia che paralizzerà il paese per i prossimi mesi, mettendo la sordina al lavoro impoverito, alla sanità per tutti e alle invadenze reazionarie nella Scuola.

Per le donne la separazione delle carriere dei magistrati poco importa. Importa la velocizzazione dei  processi civili e penali.

Noi  volontarie dello sportello antiviolenza  conosciamo  le lungaggini delle separazioni, fra  giochi  degli avvocati , i continui rinvii e, se ci sono minori  contesi,  l’indecisione   coperta dal ricorso ai Ctu. Tempi e costi inutili, soprattutto  dannosi  che lasciano insoddisfatte  le parti   pervase  di rancori.

Per il  penale, emblematica  la vicenda  di una utente cui il compagno violento aveva fratturato  la mascella con un pugno.

Lei con la neonata in casa rifugio, sradicata dal suo ambiente, senza più il  lavoro, in balia del  nulla.

Lui libero in attesa di giudizio, con tutto   il tempo di trovare   una nuova compagna e un lavoro lontano dal luogo e dai testimoni dei suoi comportamenti  brutali.

Certo non è  giustizia, indipendentemente dalla cosiddetta riforma.

 

Poi il tema dei dazi, tante parole a vuoto quando per preservare certi prodotti e produttori basterebbe aumentare la domanda interna,  che ovviamente  richiede la giusta remunerazione del lavoro.

 

Alla  parola lavoro corre il pensiero degli sprechi, prima di tutto dei giovani, senza  futuro, traditi da un sistema economico  che rifugge dalla competenza e li sfrutta con il precariato, gli stages  gratuiti,  le partite Iva. E che  poi, si lamenta delle fughe all’estero. 

Anch’essi  migranti come quelli che arrivano sui barconi, solo più fortunati  perchè  partono in aereo  e sono informati sull’approdo.

Gli altri, preda di una miopia insensata  che li respinge, indifferente se verranno  sfruttati  come bassa forza lavoro, e se clandestini  saranno facile   mano d’opera dello spaccio e della micro criminalità,  grazie a una burocrazia connivente.

Eppure dati alla mano,   se lo Stato spende  in servizi per cittadini stranieri   -compreso Albania e CPR-   34.5  miliardi, incassa 39,1 miliardi in tasse e contributi dagli immigrati  regolari.   (Centro studi Idos).

Pagano le tasse e  compensano le culle vuote .

 

Giovani e stranieri, ma  le donne?   Quelle  con due figli almeno -chiamiamole “fattrici?”-, vengono compensate con i bonus che, a pensarci bene, sono  come l’elemosina  che si lascia al mendicante di strada .

Al posto di un lavoro dignitoso, remunerato  alla pari dei colleghi maschi, in modo che le giovani coppie possano  pensare a diventare famiglia.   Oppure che  l’indipendenza economica, permetta a chi è caduta in una convivenza tossica  di liberarsene.

Senza dimenticare che il lavoro femminile vale più  punti sul Pil nazionale.

 

Si chiude con la casa, altro fattore di rischio povertà. Affitti alle stelle, alloggi trasformati  in Airbnb. Nuovamente tanto parlare ma, a parte gli investimenti  speculativi,  chi si trova ad avere la casa dei nonni o genitori, la trasforma  per integrare un reddito precario. Occorre semplicemente una regolamentazione che chiama in causa  Comuni, max le regioni, altrimenti a pagare saranno sempre  le fasce deboli della nostra società.

Società, dove le  donne sono   parte essenziale, percentualmente più numerosa e istruita, cui si potrebbe chiede di non chiudere gli occhi ma  di diventare protagoniste del  cambiamento.

Infatti, se  come ha affermato Dacia Maraini, il femminismo è l’unica rivoluzione vinta  nel’900 essendo riuscita a cambiare   leggi ferme da generazioni, perché non  sognare un nuovo femminismo,  più aperto e  attuale?

 

 
 
 

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Due giornalisti

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